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Mar 3, 2015 - Sara Pensiero    Commenti disabilitati su Maria Fux e l’amore per la “Sua” danza

Maria Fux e l’amore per la “Sua” danza

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Non un biopic ”ma un film su come la danza possa cambiare la vita delle persone”. Poesia sulla danza, sentimento e passione, quella che cura, salva e nobilita l’uomo: luce sulla divina Maria Fux, 90enne, argentina, pioniera della danza terapia.

Nella sua sala prove di Buenos Aires, Maria accoglie tutti, sani e malati (fisici o psichici), uomini e donne, connazionali e stranieri, e li fa volare con spirito umanista, ironico perfezionismo e tensione psicofisica: un’esperienza collettiva, gioiosa e trascendente, quella che regala, mica i soliti quattro salti…

E’ questo per Ivan Gergolet, il senso di Dancing With Maria, il suo documentario su Maria Fux, ballerina argentina 92enne, che da oltre 40 anni insegna una forma di danza-terapia, diventata punto di riferimento come strumento espressivo e di recupero psico-fisico anche per persone con limitazioni fisiche e mentali.

Il film è in uscita in questi giorni nella sale di molti cinema italiani, con grande successo.

Gergolet, classe 1977 spiega che l’incontro con la danzatrice argentina “è avvenuto grazie a mia moglie, che dopo aver conosciuto il suo metodo in Italia, mi aveva chiesto di accompagnarla a Buenos Aires per conoscere la Fux e partecipare a un suo seminario. Lì avevo potuto filmare, per tenerceli come ricordo, alcuni momenti delle lezioni e Maria mi aveva anche concesso un’intervista. L’esperienza mi aveva molto colpito, così ho montato il materiale e l’ho fatto vedere a Igor Princip della Transmedia (la stessa compagnia che ha prodotto Zoran, il mio nipote scemo, la commedia vincitrice della Settimana della critica 2013, ndr) che mi ha incoraggiato subito a tornare in Argentina per farne un film”. Un lavoro che ha richiesto oltre tre anni ”tra aerei, pause forzate e ricerca di risorse per andare avanti. Un pezzo di vita”.

Maria Fux, dice Gergolet ”ti colpisce subito per il suo carisma, la sua energia. E’ una donna di un magnetismo incredibile, assolutamente unica. Ho capito subito che quello che mi affascinava di più non era tanto la sua storia e biografia, pur importanti, ma poter seguire e incontrare il mondo che è capace di riunire intorno a se’, insegnando a persone di ogni estrazione, che ho visto crescere, cambiare, fare scelte importanti”.

Ne e’ nato ”un film a mosaico, in cui Maria è come un sole intorno a cui girano pianeti e storie che si incrociano”.

Nata a Buenos Aires nel 1921, Maria Fux scopre la passione per la danza fin da piccola. Studia a New York con Martha Graham, lavorando in ogni momento libero per pagarsi le lezioni, finché non le viene concessa una borsa di studio. Tornata nel suo Paese diventa tra il 1954 e il 1960 una delle prime ballerine del Teatro Colon di Buenos Aires, protagonista di tournée di successo dagli Stati Uniti alla Russia. Sono gli anni in cui inizia a sviluppare un metodo, che insegna a tutti, dai danzatori professionisti a persone con limiti fisici o psicologici.

”Quando danziamo – spiega Maria Fux sul suo sito – lo facciamo per esprimere non solo la bellezza, ma anche la paura, la rabbia, l’angoscia, il dolore. Ognuno di noi ha queste anime dentro di se’ che stanno lottando per uscire con la stessa intensità con cui noi resistiamo per impedirglielo. Più della parola, la danza ci consente di riconciliarci con noi stessi”. Nello suo studio ”qualunque siano la tua storia, i tuoi sogni, le tue speranze, hai la possibilità di essere più libero, iniziando un percorso con lei – sottolinea Gergolet -. Una libertà non solo fisica, ma anche percettiva e sensoriale”.

Dic 29, 2013 - Sara Pensiero    Commenti disabilitati su Felice 2014 a tutti!

Felice 2014 a tutti!

Cari lettori del giornaledelladanza.com voglio augurarvi i miei più sentiti auguri di un Felice 2014.

La redazione è sempre a lavoro h24 per finire in bellezza la stagione invernale e iniziare quella nuova a tutto sprint.  L’ho già detto e scritto – Il giornaledelladanza.com non si stanca e non si stancherà di cambiare perché l’evoluzione è nel cuore di tutti noi che ogni giorno facciamo questo giornale. E la fantasia corre veloce.  Come le nostre idee. Tanti Auguri!

Buon 2014 Gd.com

Nov 29, 2013 - Sara Pensiero    Commenti disabilitati su Lettera alla danza – Rudolf Nureyev

Lettera alla danza – Rudolf Nureyev

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“Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.

Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consumate ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine coso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.

Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza.

Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.

Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita… ”

RUDOLF NUREYEV